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per alda

Veleggio come un'ombra
nel sonno del giorno
e senza sapere
mi riconosco come tanti
schierata su un altare
per essere mangiata da chissà chi.
Io penso che l'inferno
sia illuminato di queste stesse
strane lampadine.
Vogliono cibarsi della mia pena
perché la loro forse
non s'addormenta mai.

 

  

 

l'ho amata molto, come molto l'hanno amata tanti di voi...

ho amato la sua poesia, figlia dell’inferno tragico della diversità, dell’esclusione, dell’insuccesso…

ho amato con dolore ogni volta che leggevo quel canto straziante di vita, di follia, eppure disarmante e candida come semplicemente era la sua anima…

 

ho amato il suo volto segnato dall’orrore, dalla solitudine, racconto della crudele incuranza dell’incedere dell’esistenza, al di là di noi, delle nostre pene, tormenti, disagi, inadeguatezza...

 

ho ammirato ammaliata e intenerita, morbosamente curiosa come di fronte a un orrore proibito, il suo corpo sfatto, eloquente di vecchiaia e disillusione...

 

ho amato la sua bellezza: sentire bellezza, generare bellezza, raccontare bellezza, possedere bellezza, essere bellezza, come un’incredibile, sonora, irriverente beffa al destino ostile…

 

ma più di ogni altra cosa, ho amato in lei quel che ho trovato per me…

come un salotto accogliente, mi ha invitato ad entrare ogni volta semplicemente cantando (“non sanno che il pianto dei poeti è solo canto”)… e nei suoi versi, nella sua storia, nelle sue immagini ho ritrovato primordiale e soffocata, un’irrefrenabile brama di vivere, un altissimo inno all’esistenza, un pulsante desiderio d’amore...

 

Riposa in pace, alda.

 

Pubblicato il 2/11/2009 alle 12.28 nella rubrica Diario.

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