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Senza titolo

Un blog abbandonato è come una casa triste, una volta felice e accogliente e oggi semplicemente vuota degli abitanti di un tempo ma ancora piena di tutti gli oggetti e i colori che l'hanno resa viva.
Qualche amico mi ha detto: è colpa di Facebook.
In parte è vero. Facebook rispecchia molto il nostro mondo liquido e multiforme.
Un blog è un posto dell'anima, almeno in teoria. Per scrivere, occorre fermarsi, riflettere, cercare dentro: a volte, è come quello che Socrate chiamava un processo maieutico.
Facebook somiglia molto a un mercato, una piazza aperta in cui chiunque passa e ha voglia di urlare qualcosa, semplicemente lo fa. Non ci vuole impegno o introspezione. Non occorre pensare, riflettere, elaborare. La si grida così come viene, semplicemente. E, col tempo, è diventata una nevrosi collettiva, un tic giornaliero a cui bisogna sottoporsi quasi ossessivamente per pensare di esistere in qualche modo.

Non fraintendiamoci: è uno strumento, Facebook, come lo è un blog.
Ma in questo caso, come non mai, la forma è anche questione sostanziale.

Fatto sta che il mio blog, come quello di molti, sembra essere abbandonato. Lo apro, di tanto in tanto, provo, tento di abbozzare qualcosa... ma niente. Il vuoto assoluto.

Nel mio caso, però, la colpa non è tutta di FB.
E' semplicemente anche il fatto che forse quell'anna si è liquidata e semplicemente non c'è più.

Tante volte ho parlato, nelle pagine del mio blog, di questioni di valore.
Il mio percorso all'interno del sindacato, ad esempio, ha caratterizzato e influenzato tanto quello ho scritto. Ma ora non vorrei che questa diventasse una lamentazione egocentrica del come e del perchè anna non scrive più.

Vorrei semplicemente dire che in questi mesi è venuta meno tanta dell'energia e dell'entusiasmo che avevo rispetto a tante cose.
Ma è qualcosa che va al di là della mia persona e dei miei stati d'animo.
Vi capita di avere la sensazione di essere come in uno di quei sogni in cui ci si dimena interiormente per cercare di parlare, urlare, muoversi e però non riuscire a spostare nemmeno un muscolo, a far uscire nemmeno un filino di voce?

A volte, mi sembra che questo posto in cui viviamo (che non so ancora ben definire spazio-temporalmente) sia un pantano in cui siamo tutti imprigionati in attesa di qualcosa che speriamo avvenga, ma non avviene.
E guardando gli altri ho la stessa impressione. Un dimenarsi, un urlarsi addosso continuamente. Un'esasperazione dei toni, un accigliarsi e contrarsi grottesco dei volti e dei corpi. Uno spingere, spingere, spingere, salvo poi accorgersi che non ci si è mossi di un millimetro.

Il discorso, ovviamente, non può che continuare.

Pubblicato il 23/10/2009 alle 12.17 nella rubrica Diario.

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